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Un nuovo video del romanzo

giugno 6, 2010 Lascia un commento

Estratto del romanzo accompagnato dalle foto di Charlotte Sorensen, appositamente realizzate seguendo il flusso emotivo di un passo del libro.

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Capitolo 23…l’inizio

aprile 11, 2010 2 commenti

L’intrecciato vortice dei fili del destino divenne così linea dritta tesa tra i due estremi di infinto, curva elegante e sinuosa a congiungersi oltre l’ultima ferita di un orizzonte di sogno, cerchio perfetto e compiuto di una vita al travaglio di ogni suo piccolo e meraviglioso senso.

Tutto quello che il mondo potesse donare, tutto quello che il cielo sapesse contenere, ogni goccia di mare tra la sabbia di un sole al mattino a comporre lo spazio di una vista confusa, ogni piccolo istante del tempo nella cresta agitata di eventi storditi, tutte le immagini in un riflesso di raggio tra la luce accecante di mille colori, il mormorio dei suoni nell’armonica indole di un canto di stelle, ogni vendetta, ogni rivalsa al sangue di un dolore, cicatrice dell’anima, guarigione completa, apparteneva a me in quell’universo rinato dopo il silenzio di un vuoto accecante.

Ma è strana la forma dell’umana mente ed incomprensibile la materia che pulsa nei sogni. Si passa tutta una vita in attesa che un desiderio diventi possibile e si vive di memoria, di speranza, di continua ricerca, oscillando, taciti e grevi, tra il buio della sera e le ombre del mattino, in attesa che qualcosa accada, che riconduca ad ogni ragione l’irrazionale contorno di un istante sospeso nella bara di un tempo defunto. Così ogni senso di un passo, ogni pietra di un sentiero, ogni fatica della salita, sono solo momenti di un superiore cammino che scorre, ondulato e agitato, verso l’unico mare della propria salvezza, quel regno di azzurro infinto dove una vela disegna la scia del nostro motivo nel mondo. Così alla fine, dopo gli stenti di dolore e pazzia, dopo il sudore misto alla polvere dei nostri fallimenti, strisciando nel fango fatto di cenere di sogni delusi e di lacrime amare di pianti versati, si giunge a fatica, stanchi e disillusi, a quel mare ambito perso oltre lo sguardo di occhi annebbiati e con l’ultimo respiro di un’aria pesante si compie il sospiro di avercela fatta, ma è proprio quando tutto sembra finito, quando ogni sforzo premiato, quando ancora in ginocchio il tremore di deboli braccia si animano dello spasmo di un coraggio che dona un sollievo pronto a rialzarci mentre il vento di una fresca emozione giunge a piegare residue fiammelle di un disperato fuoco infernale che, volto lo sguardo ad un cielo lontano ed oltre l’immenso di un orizzonte per sempre cercato, qualcosa di simile al terrore vanifica ogni meta raggiunta rendendo quel momento di puro entusiasmo il riflesso di un’ombra che si muove, viscida, in una tremenda paura. Paura di perdere tutto, paura che tutto svanisca in un crollo improvviso di terra che trascina all’origine, al punto di partenza dal quale un ritorno è del tutto impensabile. Così ci si sente bloccati, incapaci di un qualsiasi passo, come inghiottiti dal morbido di una sabbia sottile che imprigiona l’ultimo scatto di un corpo verso la gioia di ogni pensiero.

Più o meno in quel modo iniziai a sentirmi con Zò dopo quel giorno di vele e tramonti. Nel compimento perfetto della mia vita sperimentai il panico del terrore di perdere tutto, come miraggio alla sete del deserto, come fantasma tra i silenzi della notte, come magnifico onirico mondo dal quale, presto, mi sarei risvegliato. Era qualcosa che sfuggiva ad ogni mio controllo, una strana sensazione come prossima sentenza di imminente catastrofe, di destino macabro e funereo e non ero capace nemmeno io di dare un senso a quanto sentissi. Con Zò mi ero abituato a tralasciare ogni ricerca di sensato in tutte quelle cose inspiegabili che di sovente mi capitavano da quando la avevo conosciuta.

Categorie:Ananda-Romanzo

Altra lettera dal romanzo…”come ti vedo ora?”!

aprile 6, 2010 Lascia un commento

Ben ritrovate adorate parole!

Eccovi ancora lettere sospirate ambasciatrici di disumani concetti!

Ecco ancora me stesso, ecco ancora il casino del mondo, la crudeltà fantastica della vita; ecco ancora i vorticosi pensieri, le gioiose immagini, vite passate, sperdute emozioni, spariti entusiasmi, intricati balletti di anime prave.

Eccoti ancora adorata compagna dei miei silenzi.

Eccoti ancora, eppur diversa, eccoti, semplicemente.

Eccoti, come sempre, come oramai, come sarai, come sei.

Eccoti, per sempre eccoti, eccoti. Nebbie, fumi di nulla svaniti, melodie ansimanti di lontani presenti, emozioni di vita che di vita ne offrono il senso, giochi di luci incostanti, sguardi dispersi nel vago profondo di un cielo incantato. Eccoti ancora.

Eccoti!

Ed ecco ancora sadici pensieri che minacciano, stolti, la parvenza di un nulla che senza di te assumeva fattezze di vita. Mia vita.

Solo ancora.

La luce di un soffuso mattino volge agli affanni di una corsa insensata i suoi ultimi sospiri.

Moribondo, lentamente, il giorno spenge i suoi colori, riflessi di vita in una larva di ombre, tombe inconsapevoli delle umane certezze.

L’aria è tagliente.

Un insolito inverno si risveglia da un lungo riposo e pungente è la carezza di un leggero venticello che dolce disegna i contorni del mio rude incedere, gelido come sbadiglio irreale di questa stagione che ritrova sé stessa dopo le lusinghe di un tenebroso autunno; misterioso e caduco eppur padre di isole lontane, di un mare incantato, sabbia, soffusi ricordi, calore di vita, fuoco di te.

Un cinguettio di passeri amici adornano lo squallore di vibranti armonie con l’ingannevole suono di un dovuto concesso.

Solo uccelli del male che scherniscono con un subdolo canto la tragedia di un pensiero immortale, che nascendo dal desiderio di un rabbia si perde, ignobile ed adorato, nella calma del possibile “sarà”.

Il sole è lontano.

Una circonferenza di meste tonalità, ardente anello dell’essere indossato dalla mano di un Dio insensato che dolcemente sfiora i tasti del piano della mia vita generando le note del mio basso sconforto.

Lo vedo.

Maestoso si staglia su un lontano orizzonte, ormai funereo nascondiglio del suo piccolo gioco.

Si nasconde, piano, per non esser scovato dalla notturna signora, imperatrice soave degli umani desideri.

Le concede il suo spazio, le dona la vita. Ricorda qualcuno.

È fantastico.

Il cielo si tinge di rossastri tremolii, come se una divina volontà voglia premiare, con la calma di un dipinto paesaggio istantaneo, la beltà di un giorno vissuto nel racconto della fiaba di te.

Un sole lontano, una morte imminente che concede la vita, un tepore che culla la mente e tu.

Tu in quel tramonto, tu in quel sole lontano, in quella vita fugace che afferro con la disperazione di arroganti illusioni.

Tu il tutto di me stesso.

Tu ormai in ogni dove, in ogni perché, in ogni linea che traccia i profili di una esistenza sperata.

Tu, languida pittrice dei miei sogni, magica artista che plasmi con il sussulto del tuo essere e divenire lo spirito di un tormentato bambino che riscopre la vita ed i giochi di sempre.

Tu!

Per sempre!

Ed io! Concetti voraci di stolte emozioni, desideri affannati dietro la corsa di indistinte esaltazioni, io con me stesso e con il senso di un dovuto che affido alla immortalità di queste parole, nella speranza che rivelino stati, svelino anime vagabonde più di quanto il verbo di una voce abbia già fatto.

Chiudo gli occhi, per un istante.

Un sospiro! Un secondo!

Mi ritrovo!

Allontano il mondo delle finte realtà da ogni indistinta immagine.

Caparbio spalanco la porta del mio mondo.

Eccovi sogni, eccoti vita adorata, eccovi ombre di vitali illusioni. Eccoti!

Ritrovo te stessa in quel mondo.

Superba regina di effimeri fantasmi, demiurgo di ogni mia vita, mia speranza, mia principessa.

Ritrovo il mio mondo.

Che bello!

La pace cercata di una anima ignava domina, assoluta, sul tormento di un finto reale.

Ora posso!

Posso riprendere quei passati “ti vedo”, gli stessi “ti vedo”, eppur tanto diversi.

Ti dissi: “nuovi eventi nel grembo del tempo devono essere partoriti; a quegli eventi affido i miei come altro ti vedo”.

Ebbene, il tempo è al travaglio del suo atteso-

Quegli eventi riscoprono la luce. Sono giunti, maledetti, sono giunti, desiderati, sono giunti repentini, troppo in fretta, troppo ambiziosi, ma sono giunti, nati, agonizzanti.

Dunque come ti vedo? Cosa ormai sei?

Ancora a questa domanda la certezza di ciò che avverto cede il posto allo sconforto dell’incomunicabile questa volta, però, adornato da un senso di un non so che di vago. Ecco, è timore, pentimento, rimorso per lo spettacolo delle mie emozioni che farò esibire sul palcoscenico della tua vita e che dovrebbero restare, invece, nascoste nel retroscena delle mie speranze alla ricerca di un folle autore in grado di dirigerle e governarle.

Non dovrei, lo so!

Non devo!

Eppur non posso rinunciare.

Cosa, onde, sei?

Mi basta chiudere gli occhi, attendere un attimo, lasciare me stesso per riscoprire te stessa, una bimba sorridente in corsa nel giardino delle speranze.

Ancora ti vedo così! Una corona di fiori, il verde della esistenza, la melodia dei tuoi sogni, il regno dei tuoi desideri, il pianto delle tue incertezze, il coraggio del tuo orgoglio.

Corri! Non fermarti!

Vai bimba! Vai! Sorridi! Ancora! Per sempre! Spalanca le braccia, accarezza la soffice aria di un profumato eden del tutto e vai, solitaria, soddisfatta di una certezza vissuta, di una rabbia passata, di una spensieratezza cercata.

Ancora una bimba! Questa volta, però, la mia bimba.

Ecco come ancora ti vedo!

Tutto qui? No di certo!

Quanto atroce è far di conto con sé stessi.

Quanto spietato è confessare insperate emozioni, divenute imprescindibili logiche della mio misero strisciare.

Pensieri, dove andate?

Stolti pensieri cosa fate? Perché mi abbandonate?

Maledetti! Non correte tanto. Non posso seguirvi.

Scusami.

Questi sciocchi zingari stanno scappando dalla mia mente in diverse direzioni e parlarti di essi significa seguirne alcuni, ma inevitabilmente ne perderò altri. Perdonami.

Cosa sei?

Sei l’ambizione di ogni mio istante.

Il ticchettio, assordante, di un incantato metronomo, che oramai scandisce il ritmo del mio tentennare.

Sei in ogni mio sogno, sei i miei sogni, ogni mia speranza, ogni schermo di questa vita.

Si! Uno schermo che mostra il mondo, le sue bellezze, i suoi drammi.

I tuoi occhi ovunque ed in essi il riflesso della vita, della mia vita. Tramite essi me stesso ed i miei desideri.

Chi lo avrebbe detto?

Tutto per caso!

Tutto dal nulla!

Ed ora incessante bisogno.

Sorreggi, creatura divina, il divenire di ogni mio attimo, che ormai in te riscopre sé stesso.

Che a te non può rinunciare.

Difficile! Quanto difficile confessare sé stessi a sé stessi.

Ma devo.

Cosa mi hai fatto ammaliatrice di ogni mio senso?

Non vi è attimo dei miei silenzi che non ritrovi tempesta nella tua immagine.

Angelo satanico, hai rapito ogni intento, ogni pensiero, ogni voluttà.

Mai avevo desiderato tanto, mai avevo voluto tanto. Non credevo fosse possibile bramare qualcosa più di quanto si pretendano i propri sogni.

Mai avevo permesso ai miei sogni di essere governati.

Tu lo hai fatto!

Non so come, non so perché.

Hai reso l’inquietudine del mio vivere un incerto vago di tremolii, incostanti grovigli di intricate emozioni, che passano, voraci, dalla sublime arte della esaltazione al disperato pianto dello sconforto.

Sei ogni cosa.

Ogni fiore della mia terra.

Ogni creatura del mio mondo.

Ogni lacrima dei miei pianti.

Ogni nota di soavi sussurri abbandonati ai cuori di folli ascoltatori.

Nel trambusto del caos del viver comune, nel silenzio adorato, cercato, amato della più solitaria delle solitudini, in ogni dignità ed orgoglio ci sei sempre tu.

Sempre. Ora.

Sei nello scorrere di un ruscello nel quale si perde ogni mio “devo”.

Sei in ogni onda di un mare fratello, nel punto in cui esse sfidano la terra, avanzano arroganti, ruggiscono furibonde, ostentano e poi, pian piano, muoiono.

Sei in ogni angelo del mio paradiso, in ogni stella della mia sera, di ogni mia sera.

Sei in ogni goccia di una pioggia sperata che lava le macchie di una anima intricata, persa nel peccato della sua incertezza.

Sei il volo di uccelli distanti.

Lo sbatter d’ali dell’agonia vitale dei miei sogni ceduti.

Sei nel sorriso di ogni innocenza che incontro.

Nella carcassa di ogni bestia che vive.

Nella più sublime delle creature e nella più immonda delle esistenze.

Sei ogni istante del mio tempo.

Sei nel vento che mantiene le illusioni di una vita, elevandole lì, dove si perdono le umane certezze.

Sei l’estasi delle mie convinzioni, il nulla assoluto del tutto.

Sei un grazie urlato alla luna per una vita concessa.

La polvere della mia cenere.

Sei la vela di una barca solitaria in viaggio sulle acque dell’infinito alla ricerca di un porto per vivere in eterno.

Sei una voce perpetua che intona la melodia di me stesso.

Sei il petalo di un fiore stanco che accoglie l’abbraccio di una mattutina rugiada; soffio di vita perpetua nell’incostante bagliore di un dolce sussulto.

Sei il cocchiere di una magica biga che, trainata da un bianco cavallo, ostenta il mio “come” sui lidi di aeree esaltazioni.

Sei, ancora sei, quanto sei. Sei…per sempre sei e sarai.

Sei la realtà che non vivo, sublimata nella ragione degli stolti all’universo dei folli.

Sei l’eterno di una concessione.

Sei il piacere di un chiarimento dopo lo sgomento di una repentina discussione.

Sei la tenerezza che avverto quando provi rancore per frasi e gesti fraintesi; quando non riesci a capire che in tuo cospetto tutto il mondo che mi circonda diviene nulla e sola ti ergi alla vista delle mie attenzioni.

Sei più dell’aria che respiro; come essa doni la vita, come ad essa non posso più rinunciare.

Sei il multiplo di una perfezione elevata alla potenza dell’imprescindibile.

Sei la tarma della mia anima, la corrodi dall’interno, muore, ma ha vissuto.

Grazie!

Sei un treno ed un viaggio che vorrei mai terminasse, un paesaggio che scorre violento tra i finestrini di squallidi vagoni.

Sei le immagini fuggiasche di un mondo che muore e rinasce sulla tela meravigliosa dei tuoi occhi, sei un rumore costante, un binario deviato, una meta comune. Non credere sia finita!

Sei ancora ed ancora, ancora ed ancora ma a te scoprirlo.

Passiamo, ora, alle sensazioni, alle adorate emozioni che esaltano lo spirito nell’istante, tragico ed ambito, in cui lo calpestano.

Galeotto fu quello squallido ripostiglio.

Galeotto un ascensore.

Galeotto furono i discorsi, che con te potrei intraprendere per l’eternità senza che ne sia stanco o tediato.

Galeotta fu una mano, solo una mano ed una carezza che mai potrò perdere.

Galeotto?

Vi son forse colpe?

Chissà!

Sta di fatto che è bastata una mano, un delicato contatto per farmi vivere l’eterno.

Un bacio per far esplodere l’infinito di una passione.

Hai concesso, con un gesto soave, che il nulla delle mie convinzioni si perdesse nel rumore di una anima tremante.

Tutta una vita ed i sensi che la giustificano si sono palesati in quell’istante.

Tutta una vita, tutti i miei desideri.

Se il paradiso fosse la scelta di una emozione da vivere nell’infinito, io sceglierei quello istante come mio infinito.

Sceglierei la brama di sentirti, il piacere dell’ottenerlo.

Non capisco cosa sia, e questo mi lascia sgomento e mi infastidisce.

Sta di fatto che accetterei una eternità solo nel tuo avvertirti, averti accanto, in una carezza, in uno sguardo, in un abbraccio.

Come rinunciarci?

Eppur ti ho chiesto di farlo, eppur mi hai chiesto di farlo.

Come ritornare alla misera terra quando hai sfiorato i confini dell’infinito universo?

Non puoi.

Come placare ardenti istinti, furibondi bisogni che non meritano la terra della tua tomba? Non so! Eppur mi chiedi di farlo, eppur chiedo a me stesso di fare.

Tu come puoi?

Io ho fatto!

E forse farò! Farò in nome di quello stano rimorso del poi, che ti fa credere di aver violato chissà quali regole non scritte, di aver tradito chissà quale fiducia concessa

Ma so che non posso più fare.

Onde non tua la colpa, ma mia, mie le responsabilità di dirti, anche se bene ne conosco i risvolti, le difficoltà.

Conosco quei rimorsi che soffocano l’anima, quelli che attanagliano la tua “successiva” calma, per aver fatto ciò che non si deve, per aver osato su altrui confini, per aver solo osato, ma se difficile è per te, impossibile diviene per me solo immaginarlo.

Disperazione è il pensare che “altro” farà, sfiorerà, bacerà, vorrà, pretenderà; disperazione, morte, sangue, vita! Ma non pretendo nulla, voglio solo viverti.

Ti osserverei per ore, a volte lo faccio, perdendomi nei tuoi pensieri, nelle tue espressioni, nei tuoi timidi sorrisi, ridenti occhi.

Darei la mia vita pur di non perdermi istanti della tua.

Avverto il bisogno, costante e premuroso, di starti accanto e tragico è il non poterlo fare.

Conto ogni secondo del tempo che ti tiene lontana, fisso il nulla per ritrovare il nulla, ma rivedo sempre te stessa in ogni mio attimo.

Affido insensate emozioni a sconsiderati gesti, che potevo solo supporre ma che in nome di un incerto che sei, di un vago che dai e di una certezza che avverto, eseguo senza ragione, senza parvenza di logica, solo perché sento, provo, voglio.

Ed ecco fiori rubati a chissà quali santi o spaventate donnine, urla gettate alla penombra di una tenebrosa campagna, notti insonni nella fissità del tuo essere, parole comunicate al niente di me stesso nel nulla del niente, frasi scritte su stanchi fogli. Quanti fogli e quante frasi.

Come un bimbo timoroso e pudico ho composto mille volte il tuo numero, mille molte non ho avuto il coraggio.

Una telefonata, una voce lontana, eppur la tua voce che vorrei risuonasse come meraviglia insperata nel buio della mia coscienza.

Non vorrei svanisse. Ti saluto, un ciao, ripetuto, ancora un ciao, pur di prolungare il piacere del tuo sentirti presente, ancora, ora, allora, sentirti.

Che rabbia.

Che rabbia il sapere di avvertire senza conoscere cosa si avverte.

Disperazione per aver invaso la tua vita con i miei dubbi, per aver calpestato, incurante, le certezze credute eterne, i futuri creduti da vivere, le speranze sentite immortali.

Ho orrore di me stesso, di un misero omicida di intenti, di uno squallido ladro di vite che si pente del bottino rubato.

Perdonami!

Non volevo!

Non voglio!

Ho cercato di non volere, di rinunciare, ma non ho potuto.

Poche ore senza di te e la mia sera era solo un buio di stelle nascoste dalle ombre di strazianti sconforti. Come un mendico cieco ansimavo tra i ruderi di ciò che rimaneva del mio mondo alla ricerca di una penosa carità, alla ricerca di un senso, di una vita creduta, mai posseduta, ora bramata. Lunghe penombre, silenzi assordanti, pugnalate strazianti, dolori infernali, animali voraci della mia carne, tutto, in quel mondo senza istanti che ti lasciava desiderare di non essere mai stato, di non essere e basta.

Nulla è in confronto la morte.

Dovevo riavere il mio strano universo, distante, solitario, ma pur mio e pur vita.

Dunque ritorno agli adorati dubbi pur di vivere ancora.

Perché è la vita quella che concedi nello sconforto di indefiniti “non so ché”!

Ed alla vita non posso rinunciare.

Non posso rinunciare a te.

Lacerante è, tuttavia, la tua condizione, il dover straziare una vita vissuta in nome di una vacuità da vivere.

Ancora perdona.

Ed ancora, pur di non farti soffrire, pur di non rilegarti in questo incerto limbo di emozioni, il desiderio di lasciarti andare, di riconcederti la tua vita, i tuoi sentieri tracciati sulla speranza del domani.

Ancora forte il desiderio, è vero, ma ancora straziante il pensiero della tua assenza.

Sono un codardo.

Che schifo!

Un vigliacco che non riesce a fornirti aiuto, che non riesce a concederti certezze per dissolvere i dubbi.

Forse è solo che quelle certezze si nutrono di quei maledetti dubbi.

In essi vivono e senza di essi periscono.

È difficile, lo so.

Ti offro sensazioni che minano piani creduti tali, ti offro emozioni, anime agitate, passioni incontrollate, senza certezza, senza un domani, senza un futuro.

Ma ti dono me stesso, ed il coraggio di non mentirti ancora. Non so quanto possa bastare, ma so che per me è ogni cosa.

Questo non mi impedisce di temere di perderti, perché so che ti perderò!

È tardi.

Sono ore che scrivo e non so quanto ti sarà dato!

Il giorno è ormai deceduto ed una nuova sera riapre i suoi occhi.

Il chinarsi di un solitario albero alla carezza violenta di un vento ostinato richiama i pensieri sulla concretezza di queste parole, lasciando le confortevoli speranze ad i sogni di altrui momenti.

Cosa dicevo?

Ecco!

Non ti offro certezze!

Non ti offro quei “paletti”, tanto da te amati, ai quali attraccare gli ormeggi delle tue speranze al molo effimero di un “presente” futuro.

Non lo faccio.

Mi dici che sono strano.

Forse lo sono.

Ma bada.

Quei “paletti” che cerchi sono solo falsi inganni di atroci realtà. Inconsistenti nel loro imporsi, desolanti nel loro crepare.

Posso offrirti, invece, desideri, ancora essi. Desideri e speranze che più di quei “paletti” ti offrono lo spirito di una emozione, la caparbietà di un volere, l’esaltazione di un lontano e presente sogno, la consapevolezza di una considerazione che ti rende immortale.

Non credere che un desiderio sia solo una languida favilla pronta a morire alle prime ombre di una incertezza; non credere sia un etereo evanescente di nulla che più che offrire considerazioni permetta vibrazioni insincere e rapidi bagliori.

I desideri sono il riflesso di una caparbia volontà di essere, sentirti, averti in ogni forma ed immagine.

Sono l’arroganza suprema di una pretesa sincera, sono sacerdoti di quelle certezze che cerchi, non perché esse ne siano un dogma inviolabile ma quanto solo una vittima sacrificale e sacrificabile all’altare delle più alte sensazioni.

Desideri! Sono il futuro della tua immagine, un costante pensiero di una vita comune, spesa con te nella futilità dovuta delle più infime cose e nella esaltazione rabbiosa della più sublime delle emozioni. Sono te stessa in ogni dove, quando e come…sono te per sempre…sono più delle certezze poiché più di esse durano e concedono l’eterno.

Ma sembra non basti..

Cerchi pur sempre certezze, ed io cosa posso fare?

Forse lottare per avere.

È strano che non lo faccia! È vero!

Ma il mio ritornare dopo un ostinato e sofferto abbandono, il groviglio inutile di queste parole, l’offerta delle mie sensazioni all’asta crudele dei tuoi giudizi, il mio pianto, te stessa nei miei sogni, i miei desideri in te, in quello che sei e sarai, non sono forse ardire di lotta?

E della tua di lotta?

Di certo non è pretesa, come già sai.

Non voglio pretendere, almeno per ora.

Non voglio farlo perché non voglio invadere ulteriormente la tua vita e con essa le tue scelte.

Vivi e decidi per quello che senti, per i sogni che hai, per i futuri che immagini e speri e non per le certezze che credi di possedere.

È difficile! Quanto è difficile!

Ma non sarai sola.

Mai.

Ed io, bada, non sono in attesa, come credi. Non mi tieni in equilibrio sulla fragile corda delle tue decisioni. Sono io che voglio.

Non riesco a pretendere perché non sei una pretesa ma una insana volontà.

Non spietata è la lotta perché ancora alberga la speranza.

È quando essa verrà persa che i desideri cercheranno di vivere con forza, e nella consapevolezza di non poter più essere ingannati dalle illusioni del “potrebbe essere” cercheranno di essere con brutalità e disperatamente.

O forse, nascosti dietro il filo spinato di arroganti orgogli, lasceranno che la vita uccida sé stessa, convincendosi che non valga la pena penare per una lotta già persa.

Andrai via, così, con la tua vita, quella di sempre, con le piccole certezze rese sincere da un inutile dubbio.

Rimarrò un dubbio, è questo che sono, questo mi si addice.

Dubbio, semplice, vago, indistinto, incerto come me.

Come sono! Un nulla di incertezze e di indefiniti.

Ecco cosa sono.

Sceglierai, lo so. Avrai il coraggio di farlo perché, in fondo, non vi sarà scelta.

È la tua vita che scegli, quella stessa vita di ieri, la più semplice, la più scontata, la dritta via che avevi intrapreso, ormai definita e data nelle sue sicurezze.

Che senso avrebbe un distorto sentiero?

Nessuno! O forse è quella la vita?

Temo.

So.

Eppur temo.

Che misero!

Mi spaventa la vita che posso concedere, la dignità che posso conferire, le delusioni che posso generare. Tremo per i contorni della tua vita che devo sfidare, per i giudizi che dovrò conquistare, per le indulgenze che mi verranno concesse nell’idea del “vediamo come andrà”; per l’inquisizione di una offesa che ha recato torto e disavanzo ad idee già fissate, progetti già conclamati, futuri già decisi dal altri per te.

Temo per una “normalità” diversa dalla tua “normalità” e non per questo migliore o peggiore, solo diversa, solo incostante, solo “anormale”.

Temo!

Sciocco che sono!

La sera! Il silenzio impera sulle coscienze di una vita desolata, assopita tra sussulti di sogni fuggiaschi.

Nulla più nell’aria. Anche il vento mi abbandona. Stolto vento…unico compagno di questa disperazione adorata…anche tu ti abbandoni ai sonni dei comuni “io credo”.

Con me e come me solo una civetta.

Ben ritrovata nottola dagli antichi sapori. Ora capisco il tuo incedere notturno.

Vi è da apprendere più nell’istante in cui la vita sia abbandona a sé stessa che credere di aver compreso quando essa si dimena nella sua straziante agonia.

La sera, l’epilogo del tutto, il prologo del niente, ma giunge quando il tutto è compiuto.

Giunge e valuta.

Sera, indistinta, come me, ora.

Indefinito nel comunicare, assoluto nel credere e sentire.

Se Amore fosse solo la proiezione di cotante emozioni che lacerano una anima creduta assente, che meraviglia Amore.

Amore. Se ne parla tanto, ma non è nulla. Non è parola, non è verbo, non è comunicazione, è solo un sentire e provare, è solo una estasi fantastica che minaccia la calma del mondo con il tremore della sua forza.

È solo estasi.

È Ananda!

Ananda bimba!

Nel terrore di una vita che possa perdere ancora, quella parola è l’unico conforto che possa offrirti, che possa offrire a me stesso.

Meglio interrompere qui questi contorti pensieri.

Meglio non proseguire, potrei non smetter più.

Quante cose ancora ho da dirti, quante ancora da sentire, quanti timori ancora da esprimere, quante vite ancora di vivere.

Quante volte ho da dire Ananda…

Quante preghiere ancora da recitare, quanti indistinti ancora da disciplinare.

Quanta “te” da sentire e gioire.

Ho paura di non potere.

A presto compagna di me stesso.

A presto me stesso.

Notte incanto di un vita illusa, gioco di sensi dispersi, polveri amare di corrose certezze.

Notte mondo ormai senza vita, della vita già stanco.

Notte cielo velato e stelle intuite.

Notte civetta mia unica confidente.

Notte alle notti che erano, a quelle che sono, a quelle che verranno.

Notte alla fiaba che il buio sussurra alla storia inviolabile dei tuoi racconti.

Notte ad un assoluto mutevole che si infittisce di eterno in ogni istante trascorso nella attesa immortale ed imperitura di una immagine che evochi. È strano! Ogni giorno un sublime da vivere, ogni giorno un ricordo da ambire che di quel sublime evoca la miseria se confrontato a quello già nato del poi. In altre parole, quando ho creduto di aver raggiunto la vetta ho scoperto nuove cime da scalare, nuove gioie da contemplare, nuovi silenzi da amare, nuova te da adorare.

Notte ai miei sogni, notte speranze, notte ai tuoi occhi che lentamente si chiudono, concedendoti il sublime, ora, dei tuoi sogni. Una aura di divino ti circonda.

Resto solo a guardarti. Mai vorrei perdere questa vista.

Da ogni sospiro che emani vive lo stormo di quei desideri che dici di non avere. Una carezza, il tuo corpo che mi cerca nel sonno, la mia mano crudele su una ninfa inviolabile, i miei occhi sacrileghi su una fata abbandonata a sé stessa. Dormi, dolce, sola…protetta! Eterno, ti invoco! Arriva ora, repentino e fugace, e concedimi per sempre questa bimba assopita. Non posso perdere questo miracolo che scioglie ogni languore di una anima mai tanto felice.

Non perderò.

Eterno, giungi.

Notte addio di parvenze, notte di addii, saluti disperati, vite da vivere, vissute, svanite, ritrovate.

Notte piccola, principessa, semplicemente notte bimba.

Ananda!

P.S.

Nota quanto incostanti e confusi siano i concetti! Solo espressione di uno stato dell’anima che muore nel baratro del più atroce sconforto e risorge nel tutto del più alto infinito.

Cosa mi hai reso? Un sincope di me stesso alla ricerca di uno spirito perso.

Ti concedo solo una parte di quanto scritto. Ho estrapolato ed incollato, non badare alla assenza di un filo logico e conduttore. In fondo sono cose che già sai, già dette, ora rese meno volubili. Sono le mie paure.

Grazie di tutto e per tutto, e perdona”

Categorie:Ananda-Romanzo

Musica e parole del romanzo…

aprile 5, 2010 Lascia un commento
Categorie:Ananda-Romanzo

Intermezzo del capitolo 5…il primo bacio!

aprile 4, 2010 1 commento

I tuoni e le saette udibili e visibili da quel posto e che avevano minacciato acqua per tutto il tempo del nostro istigarci, mantennero la loro promessa appena giunti in città. Il cielo liberò tanta di quella pioggia da allagare le strade in pochi secondi. Accecati ed inzuppati da quel previsto diluvio, trovammo riparo sotto un portone aperto di una centrale strada di città.

Lì accadde l’imprevedibile.

Scendemmo dalla vespa bagnati all’inverosimile, con gli abiti zuppi che erano divenuti una seconda pelle pregna di acqua, che rendeva evidente, in quella aderenza bagnata, le sinuosità prorompenti del corpo di Zò, i definiti muscoli del mio. In qualche modo tutta quella pioggia la aveva resa velatamente nuda, una nudità composta e pudica, risparmiando solo i capelli rimasti asciutti dalla protezione di un casco semi-integrale che lasciava intravedere la simmetria del suo volto, le sinuose linee della sua bocca, la carnosità sconcertante delle sue labbra. Tolse con rapidità il suo salvifico copricapo e con scaltrezza lo posò nelle mie mani, poi si diresse verso il cortile di quella abitazione nella quale trovammo momentaneo rifugio. La vidi alzare lo sguardo al cielo, incurante di tutta quella pioggia che massacrava ogni velleità, spalancare le braccia ed iniziare a roteare su sé stessa, lenta, delicata, soave, in una estasi quasi religiosa, in una danza mistica e liberatoria, mentre con le mani cercava la pioggia, la accarezzava, la corteggiava con quel suo corpo che sembrava librarsi dal suolo, sospendersi a mezz’aria, leggero, come una piuma ai torpori di un vento. E la pioggia pareva accettare le sue lusinghe, la circondava senza veemenza, altrove irruente, su lei amorevole e materna, creando intorno a quella immagine improvvisa e mitologica una specie di aura divina. Il tutto assunse il sapore di qualcosa di sacro, di terribilmente sacro. Mi sovvennero le ninfe, i laghi che le accoglievano, la loro rinascita, la primavera dei loro balli, il verde della natura arresa e rigogliosa, lo scintillio di una polvere di magia. Interdetto al cospetto di un simile rito, attonito alla vista di quel suo volto bagnato, di quei capelli umidi che serpeggiavano un profilo disegnato nella pioggia, non seppi resistere e mi avvicinai a lei. Entrambi sotto la pioggia a muoverci senza una esatta direzione, solo con la sensazione di essere insieme, liberi finalmente, in un battesimo del cielo che lavava ogni nostra paura, lasciandola scorrere, fluida, dove la memoria non era capace di trovarla. Ogni mia forza, ogni mio buono proposito, ogni timore di nuocere, di distruggere, caddero d’un colpo in quel preciso momento. Cercai le sue labbra, lei trovò le mie, la baciai per la prima volta, mi baciò per la prima volta. Scoprii i valichi del paradiso, le profondità degli abissi, l’innocenza della notte, lo splendore delle stelle. Seppi cosa significava l’infinito, come era fatta la felicità, quale era il gusto della vita. Il tempo poteva finire in quell’istante, ora potevo morire, avevo vissuto e conosciuto tutta la vita possibile nel sapore delle sue labbra, soffici come velluto, preziose come diamanti, dolci in quel loro gusto di fresco. Poi il sentore di salsedine, di rugiada al primo mattino, capii che stava piangendo. In quel bacio era rinchiusa tutta la disperazione dell’impossibile unita al richiamo di una violenta passione. Consumavamo la nostra vendetta in una tragedia da tempo inscenata in ogni nostra fantasia. Avremmo continuato sino a svenire se non fosse stato per il richiamo di una donna che, incurante del nostro piccolo miracolo, aveva assistito a tutta la scena con una presupponibile espressione di sdegno.

“Siete matti o cosa?”.

“Siamo matti, siamo matti ed io sono pazzo di lei”.

“Sa signora, anche io sono pazza di questo ragazzo, pazza, pazzaaaaaaa!”. Urlò a squarciagola, poi rinsavita lasciò che a parlare fosse l’innato senso della vergogna e dell’educazione.

“Ci scusi”.

“Scusi signora”, replicai anche io, pur non sentendomi per nulla in colpa.

Le diedi un ultimo bacio, raggiungemmo la vespa dove eravamo al riparo dalla pioggia e dagli occhi indiscreti di quella ignara spettatrice. Le gambe ancora mi tremavano, quel brivido che avevo imparato a conoscere al solo sfiorarle una mano era divenuto muscolare dolore, ogni parte del mio corpo sembrava paralizzata. Catalessi di una idea quando un sogno diviene reale. Ero felice, lei era felice. Preferimmo non dirci nulla, continuammo a guardarci sin quando la pioggia non decise di smettere. Ci guardavamo, incantati, storditi, stupefatti, mano nella mano, una mano che ancora non permetteva al mio ventre di sciogliere ogni sua voluta. La riaccompagnai a casa con il terrore che quel giorno fosse per me l’unico giorno in cui sentirmi realmente felice. Avevo appena conosciuto la felicità e già presagivo la catastrofe della sua assenza, già ne ero dipendente, drogato, come assuefatto da lei. Poi ricordai il carpe diem, mi accontentai di quell’istante, per un solo momento la avevo vissuta, per sempre.

La felicità, solo la gioia di un attimo che si estende all’infinito. Avevo conosciuto il mio infinito.

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Una lettera…tra le tante del romanzo…una a caso…

aprile 2, 2010 Lascia un commento

Ciao piccola bimba.

Ciao piccola mia.

Ciao mia bimba.

Mia, no, solo un sogno, che sogno, una bella illusione, che illusione, uno strano desiderio, che desiderio, tutto un mondo, una vita, una voluttà, una sembianza, una immagine, una velleità, una esaltazione, ogni senso scompensato di una quotidianità lacerante sostituita dal disarmante sentore di un fervido istinto di eternità che nei tuoi occhi ritrova ogni ragione del suo infinito essere. Ecco perché mia, ecco in cosa mia. Mia perché vita, solo perché tutto.

Il fresco tepore di una incombente notte, avvolge, caloroso ed umido, ogni sentore di pensiero che, da quando ha saputo della tua esistenza, non fa altro che parlarmi di essa dipingendola, dolce e soave, lungo i confini di un indistinto orizzonte fatto di lacrime perse e di tersi sentieri dell’estasi.

Ancora solo, ancora con le ombre delle mie idee, con i silenzi di urla lontane, con i miei sogni, con te. Tutto ricorda l’eterno, induce a cercarti.

Solo come un tempo, solo come sempre, solo come voglio, solo come non mai, solo ma, ancora con te, ancora con l’incanto che sei divenuta, con la magia che mi ha stregato, con l’abisso dei tuoi occhi nei quali, ormai, riesco solo a precipitare e lasciarmi morire. Solo ma, più non solo, con le stelle, con un cielo disteso, dipinto violaceo di tele tagliate da ridenti bagliori, con immagini lontane eppur quanto vicine, con carezze ardite, desiderate, con una mano non avuta, con una vita tutta da respirare.

Una esausta penna asseconda in una danza di lettere finte ogni fugacità di una mente contorta nel mentre, disteso su un prato calpestato da mille ingiurie e ridicole incurie, lascio che ogni parvenza di vita si smarrisca nel buio di uno sguardo disperso, incantato, ritrovato in un punto lontano e vibrante che i più chiamano stella ma che, da qualche tempo, non posso che definire “mia piccola bimba”.

Un leggero venticello, sempre lo stesso, sempre presente, sempre salvifico ed incostante attornia come un sospiro di una stanca creatura ogni contorno di un corpo abbandonato ai suoi più vili ardori. Un corpo gettato in un angolo immondo di un arido terreno che pietà di sé lascia agli umani occhi. Ti penso. Tremo.

Tremo e non capisco!

Non riesco a capire, non riesco a smettere, mi preoccupo, ed ora…cosa c’è ora? No! Anche voi no, non dovevate ora, proprio ora che non capivo arrivate voi e tutto spiegate…lacrime immorali perché giungete tanto repentine e tanto immotivate? Perché in tutta quella indifferenza di giustificazioni sapete parlare e dire, far capire e tacere?

Vi maledico e vi adoro.

Come maledico ed adoro te, mia piccola bimba.

Capisco.

Tremo e piango. Poi mi accorgo di uno sguardo levato, di una figura composta, una strana, banale, figura geometrica composta nella pece di una notte in una parte di un cielo infinito…un triangolo, tre stelle, una di esse la prima di tutta una vita.

Tremo e piango ed ora so il perché!

Non volendo, in un inconscio dagli sconcertanti toni mi ero ritrovato a fissare quel triangolo “strano” ed etereo ed a congiungere, con l’immaginaria linea dei desideri e delle favole, il primo suo vertice col cuor del mitico Cepheo…avevo dato vita alla inclinazione meravigliosa di una lettera prima, di una parola infinita che assurge a sembianza di ogni ragione dei miei perché, parola che ormai diviene il volto di un Dio palesato, il miracolo di una Madonna concessa, la fiaba incantata da ascoltare in eterno, due occhi, due piccoli occhi, neri indistinti di alba e tramonto…ANANDA…la stavo componendo nel tuo cielo piccola bimba e tremavo, piangevo, ringraziavo.

Le Parche tessono il destino degli uomini con l’ordito e la trama dei più ambigui voleri, nodo dopo nodo, filo dopo filo, solo istanti dopo istanti fino a quando, distratte da un evento improvviso, inaspettato, si ritrovano a dar forma ad una figura insperata sul telo verecondo della umana vita.

Ebbene, tu mia piccola bimba, sei la distrazione di quelle avide arpie e rapendo la loro attenzione hai costretto, in un gioco intricato di fili ed orditi, le “fatali” signore a dar vita, sulla tela scontata del mio misero incedere, ad una anima insincera che senza di te, oramai, già perisce.

Cielo, padre degli uomini e custode dei sogni dimmi: cosa è quella bimba?

Perché sa rapire e concedere, perché sa far vivere ed insegnare, perché può imprigionare, legare, sacrificare, esaltare e poi lasciare morire?

Non lo sai, vero?

Non puoi saperlo, nessuno può saperlo.

Nessuno può sapere perché un respiro può essere troncato alla sola sua vista, pensiero, immagine.

Nessuno può sapere perché si può piangere, ardire, estasiarsi, perdersi.

Mia piccola bimba sei l’inganno più bello che abbia vissuto, l’unico inganno nella unica vita.

Sei figlia di tutti i sogni, madre di tutti i desideri. Con te nascono, da te vivono.

Un sogno eterno che non si accontenta di essere esaudito…esso rinasce ogni volta perché ogni volta si completa nell’incanto che sei e trasmetti.

Una eternità, proprio così, una eternità trascorrerei nel contemplare il tuo volto, quel dolce profilo di donna che lascia ammutoliti e sconcertati, a volte intimorisce. Troppo per un misero mortale quel volto divino che grazia e giustizia concede ed illumina.

Una mano nei capelli, quando lentamente li raccogli da un lato del tuo corpo…ed è un sortilegio inferto alla distrazione delle mie attenzioni.

Il tuo corpo, soave, delicato, sottile, elegante…non sai quante volte l’ho contemplato e ringraziato nella percezione di una sagoma intuita tra i riflessi accecanti di un sole immediato.

Il tuo incedere etereo, evanescente, quasi come sospesa in una aurea miracolosa lascia pregare che duri per sempre, che mai trovi riposo, calma, appagamento.

Le tue mani leggiadre invocano la danza di onde serene nel mentre del loro sfiorare la materia di un vento intangibile.

E cosa dire delle tue labbra? Un solo bacio e la frescura di valli solitarie inebria ogni sentore, spiazza ogni estivo calore, concedendo la brezza di una mattutina rugiada, come su un fiore alle luci dell’alba essa sembra posarsi sul velluto, turgido e delicato, delle tue labbra, da accarezzare, sfiorare, mordere, solo baciare.

Il tuo collo, e cosa dire dei tuoi occhi…bhè di essi già sai abbastanza…del seno che attrae, di tutto quello che sei scriverei e direi con la stessa esaltazione di un Cristo concesso. Mai nulla mi aveva tanto stregato, mai nulla tanto sconcertato, mai nulla era stato la mia piccola bimba.

Mai nulla era stato…una donna tanto seducente.

Se fossi una pietanza di certo saresti la più complessa di esse, di quelle che attraggono lo sguardo confondendo le ragioni, di quelle che inebriano con il loro soave profumo, di quelle che stregano con un gusto divino che lascia dell’unico assaggio l’ardore del suo ripetersi ed il retrogusto sospeso di un sapore di vita.

Bimba non avrei mai creduto, donna, inizio a credere…ho sempre sorriso a chi mi parlava di una vita insieme e per sempre, non credevo possibile o auspicabile “sprecare” una vita con la stessa persona, ma non sapevo che qualcuno potesse essere un sogno, un incanto che lascia dire di sé solo che durerà in eterno.

È strano, riesco a parlare di te, ad immaginarti e desiderarti solo nella proiezione dell’eterno, dell’infinito, del per sempre.

Questo forse ti infastidirà, dirai quale diavolo di eterno, quale infinito, ma solo attimi ed istanti da vivere. È vero, attimi ed istanti da vivere, ma in me quegli istanti ed attimi si perdono nell’incessante riposo di un tempo assopito che cede i suoi compiti al tutto dell’infinito.

Grazie mia piccola bimba, grazie per la vita donata, concessa, per gli infiniti sogni soddisfatti e da soddisfare, per quello che sei, per l’angelo che rappresenti, per gli insegnamenti impartiti. Mi hai insegnato ad “amare”(chi lo avrebbe mai detto?). Per un mondo conquistato…un cielo imbalsamato…una notte che dura per sempre.

È tardi mia piccola bimba, le palpebre iniziano a calare lentamente su uno sguardo sospeso nel nulla. La notte cede il posto ad un sole già stanco. Devo andare!

Dormi bene mia adora creatura, incanto, vita.

Ti adoro…

Ananda e…sai non può esistere senza….

Ti amo!

Tremo ancora ma ora so!

Grazie per aver straziato l’immagine di una vita senza di te. Oramai è divenuta inconcepibile.

Perdona! Perdona per la incapacità di comunicarti quello che sei, per quelle richieste che ancora avanzi e che sottendono un dubbio “sciocco” di non essere abbastanza. Non riesco a farti capire cosa sei e quanto sei, per ora sforzati a credere che sei ogni cosa. Immagina tutto un mondo, ebbene, levalo alla potenza dei sogni e dell’imprescindibile ed avrai una idea di quello che sei.

Ti chiedo perdono per ogni volta che mi domanderai e dubiterai, che crederai di non essere “unica” ma parte. In tutti quei casi avrò sempre fallito nel farti ancora capire che mondo e vita sei.

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Proseguono le scie del mio romanzo…intro del capitolo 13…

aprile 2, 2010 Lascia un commento

Per capire ogni volta come potesse cominciare la vita, la mia di vita, ero, oramai, obbligato a seguire le orme lasciante da un gambero sadico sulla disperata distesa di sabbia della mia esistenza. Impronte, quelle, impresse in quei granelli di silicio seguendo il passo contrario del tempo, un ritroso cammino con lo sguardo fisso negli occhi del mare sino all’istante in cui, la vita stessa, si era interrotta. In altre parole la mia esistenza ricominciava, ogni volta, nell’istante preciso che precedeva un qualsiasi abbandono di Zò. Il resto era nulla assoluto, un fiume distratto in lenta agonia strisciante su un letto di vuoto sino allo sbocco ristretto del suo sacrificio. Senza Zò ero lontano, come in attesa, di un ricordo improvviso o di un nuovo boato di meraviglia. Ritrovarla era l’armonia di un piccolo silenzio, una cenere risorta da un fuoco mai paco, meraviglia di colori, che ritornavano splendidi e magnifici nella vibrazione di una luce che senza di lei era solo un grigiore di ombre lasciato, tradito ed umiliato, a coprire l’incauta fantasia del mondo. Difficile rendere quella sensazione, ma nel preciso momento in cui la sapevo al mio fianco nella libertà di quell’amore costretto i toni dell’universo si accendevano di un nuovo splendore, quasi divenissero più intensi e brillanti, dal verde di un albero all’azzurro del cielo, che così, d’un tratto, si mutava in una tavolozza straordinaria di una divina creatività che permetteva di intingere la punta allo sciupato pennello della mia gioia che solo un sorriso e due occhi sapeva dipingere: il sorriso e gli occhi di Zò. Eppure sempre qualcosa doveva intervenire a rovinare quella mia beatitudine, sempre quella assordante sensazione, quasi panico di un terrore previsto, che scandiva la continua linea del tempo in tanti minuti frammenti, ricordandomi che solo il presente poteva giovarsi di un eterno passato, mentre il futuro non vi trovava dimora, semplicemente perché il tempo, come lo spazio, non potevano più esistere senza Zò, e Zò, prima o poi, non ci sarebbe stata. Di questo ne ero certo e questa certezza era qualcosa che atterriva, distruggeva, uccideva più della morte. Attaccare o fuggire, l’istinto primordiale delle bestie verso un imminente pericolo, era l’incertezza che dovevo affrontare dinanzi a quella mia spaventosa idea, ma al pensiero della mia vita senza Zò, l’inconscio obbligava necessariamente alla fuga, correre il più velocemente possibile sino a lasciarsi alle spalle quella invivibile idea, abbastanza lontana per potersi voltare senza scrutarla all’orizzonte del mio deserto, giusto il tempo di godermi un istante di vivifica pace e poi, correre ancora, per impedire che mi raggiungesse. Di quella estenuante maratona ero divenuto l’atleta migliore, capace di sopportare la fatica al torrido sole del tormento al fine ultimo di permettermi un solo momento di pausa in cui, forse, avrei vissuto Zò per sempre in quel piacere eterno che può ben essere definito felicità. Per il resto, sapevo che prima o poi avrei ceduto, ma per ora, mi bastava correre, veloce, e la volontà e la forza non mancavano. Tra quelle corse salvifiche sempre leste nel tenermi lontano dallo spettro incalzante dei miei demoni e, salvo oramai, per quei brevi istanti di riposo dove un fiato spezzato si abbandonava alla liberazione di un respiro più sincero ed a pieni polmoni, ricominciò la mia vita con Zò, nel punto preciso dove si era fermata. È strano come il tempo sappia nascondersi nella disperazione e far capolino con i suoi inganni solo quando un piacere ritorna a mentire entusiasmi. Il tempo, che sa annullare i momenti, dissolvere gli eventi, sgombrare gli accaduti, sa però anche giocare lasciando di ogni episodio straziante della propria esistenza il ricordo e la precisa sensazione di disfatta. Ricominciare con Zò fu un po’ tutto quello. Nella memoria tutto il tormento dei giorni passati senza di lei, nella ragione e forse nell’istinto solo una immagine immobile che sembrava stesse attendendo; l’immagine dell’ultima volta, dell’ultimo sogno, dell’ancora sopravvissuto desiderio. Tutto era uguale a come lo ricordavo e l’intermezzo si era annichilito oltrepassando la singolarità del buco nero di Zò che tutto sapeva divorare ed annientare. Ritornò, come di incanto, ad esistere solo il presente, e tutti i presenti di una vita con Zò. Rabbia, rancore, rimorsi, errati giudizi, supposizioni, ogni avversa emozione contro l’unica vera emozione erano già divenute vuoto ed amnesia. Sapevo solo sentire ancora amore spropositato e passione irrefrenabile. Il resto, senza Zò, sembrava non essere mai esistito. Eppure ne portavo ancora dentro l’eco e la scia. Se la felicità in qualche modo consiste anche nel fare ciò per cui si crede di essere nati, ebbene la mia stava nella capacità di desiderare quella donna. Solo così ero realmente felice.

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