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Proseguono le scie del mio romanzo…intro del capitolo 13…

Per capire ogni volta come potesse cominciare la vita, la mia di vita, ero, oramai, obbligato a seguire le orme lasciante da un gambero sadico sulla disperata distesa di sabbia della mia esistenza. Impronte, quelle, impresse in quei granelli di silicio seguendo il passo contrario del tempo, un ritroso cammino con lo sguardo fisso negli occhi del mare sino all’istante in cui, la vita stessa, si era interrotta. In altre parole la mia esistenza ricominciava, ogni volta, nell’istante preciso che precedeva un qualsiasi abbandono di Zò. Il resto era nulla assoluto, un fiume distratto in lenta agonia strisciante su un letto di vuoto sino allo sbocco ristretto del suo sacrificio. Senza Zò ero lontano, come in attesa, di un ricordo improvviso o di un nuovo boato di meraviglia. Ritrovarla era l’armonia di un piccolo silenzio, una cenere risorta da un fuoco mai paco, meraviglia di colori, che ritornavano splendidi e magnifici nella vibrazione di una luce che senza di lei era solo un grigiore di ombre lasciato, tradito ed umiliato, a coprire l’incauta fantasia del mondo. Difficile rendere quella sensazione, ma nel preciso momento in cui la sapevo al mio fianco nella libertà di quell’amore costretto i toni dell’universo si accendevano di un nuovo splendore, quasi divenissero più intensi e brillanti, dal verde di un albero all’azzurro del cielo, che così, d’un tratto, si mutava in una tavolozza straordinaria di una divina creatività che permetteva di intingere la punta allo sciupato pennello della mia gioia che solo un sorriso e due occhi sapeva dipingere: il sorriso e gli occhi di Zò. Eppure sempre qualcosa doveva intervenire a rovinare quella mia beatitudine, sempre quella assordante sensazione, quasi panico di un terrore previsto, che scandiva la continua linea del tempo in tanti minuti frammenti, ricordandomi che solo il presente poteva giovarsi di un eterno passato, mentre il futuro non vi trovava dimora, semplicemente perché il tempo, come lo spazio, non potevano più esistere senza Zò, e Zò, prima o poi, non ci sarebbe stata. Di questo ne ero certo e questa certezza era qualcosa che atterriva, distruggeva, uccideva più della morte. Attaccare o fuggire, l’istinto primordiale delle bestie verso un imminente pericolo, era l’incertezza che dovevo affrontare dinanzi a quella mia spaventosa idea, ma al pensiero della mia vita senza Zò, l’inconscio obbligava necessariamente alla fuga, correre il più velocemente possibile sino a lasciarsi alle spalle quella invivibile idea, abbastanza lontana per potersi voltare senza scrutarla all’orizzonte del mio deserto, giusto il tempo di godermi un istante di vivifica pace e poi, correre ancora, per impedire che mi raggiungesse. Di quella estenuante maratona ero divenuto l’atleta migliore, capace di sopportare la fatica al torrido sole del tormento al fine ultimo di permettermi un solo momento di pausa in cui, forse, avrei vissuto Zò per sempre in quel piacere eterno che può ben essere definito felicità. Per il resto, sapevo che prima o poi avrei ceduto, ma per ora, mi bastava correre, veloce, e la volontà e la forza non mancavano. Tra quelle corse salvifiche sempre leste nel tenermi lontano dallo spettro incalzante dei miei demoni e, salvo oramai, per quei brevi istanti di riposo dove un fiato spezzato si abbandonava alla liberazione di un respiro più sincero ed a pieni polmoni, ricominciò la mia vita con Zò, nel punto preciso dove si era fermata. È strano come il tempo sappia nascondersi nella disperazione e far capolino con i suoi inganni solo quando un piacere ritorna a mentire entusiasmi. Il tempo, che sa annullare i momenti, dissolvere gli eventi, sgombrare gli accaduti, sa però anche giocare lasciando di ogni episodio straziante della propria esistenza il ricordo e la precisa sensazione di disfatta. Ricominciare con Zò fu un po’ tutto quello. Nella memoria tutto il tormento dei giorni passati senza di lei, nella ragione e forse nell’istinto solo una immagine immobile che sembrava stesse attendendo; l’immagine dell’ultima volta, dell’ultimo sogno, dell’ancora sopravvissuto desiderio. Tutto era uguale a come lo ricordavo e l’intermezzo si era annichilito oltrepassando la singolarità del buco nero di Zò che tutto sapeva divorare ed annientare. Ritornò, come di incanto, ad esistere solo il presente, e tutti i presenti di una vita con Zò. Rabbia, rancore, rimorsi, errati giudizi, supposizioni, ogni avversa emozione contro l’unica vera emozione erano già divenute vuoto ed amnesia. Sapevo solo sentire ancora amore spropositato e passione irrefrenabile. Il resto, senza Zò, sembrava non essere mai esistito. Eppure ne portavo ancora dentro l’eco e la scia. Se la felicità in qualche modo consiste anche nel fare ciò per cui si crede di essere nati, ebbene la mia stava nella capacità di desiderare quella donna. Solo così ero realmente felice.

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Categorie:Ananda-Romanzo
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