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Intermezzo del capitolo 5…il primo bacio!

I tuoni e le saette udibili e visibili da quel posto e che avevano minacciato acqua per tutto il tempo del nostro istigarci, mantennero la loro promessa appena giunti in città. Il cielo liberò tanta di quella pioggia da allagare le strade in pochi secondi. Accecati ed inzuppati da quel previsto diluvio, trovammo riparo sotto un portone aperto di una centrale strada di città.

Lì accadde l’imprevedibile.

Scendemmo dalla vespa bagnati all’inverosimile, con gli abiti zuppi che erano divenuti una seconda pelle pregna di acqua, che rendeva evidente, in quella aderenza bagnata, le sinuosità prorompenti del corpo di Zò, i definiti muscoli del mio. In qualche modo tutta quella pioggia la aveva resa velatamente nuda, una nudità composta e pudica, risparmiando solo i capelli rimasti asciutti dalla protezione di un casco semi-integrale che lasciava intravedere la simmetria del suo volto, le sinuose linee della sua bocca, la carnosità sconcertante delle sue labbra. Tolse con rapidità il suo salvifico copricapo e con scaltrezza lo posò nelle mie mani, poi si diresse verso il cortile di quella abitazione nella quale trovammo momentaneo rifugio. La vidi alzare lo sguardo al cielo, incurante di tutta quella pioggia che massacrava ogni velleità, spalancare le braccia ed iniziare a roteare su sé stessa, lenta, delicata, soave, in una estasi quasi religiosa, in una danza mistica e liberatoria, mentre con le mani cercava la pioggia, la accarezzava, la corteggiava con quel suo corpo che sembrava librarsi dal suolo, sospendersi a mezz’aria, leggero, come una piuma ai torpori di un vento. E la pioggia pareva accettare le sue lusinghe, la circondava senza veemenza, altrove irruente, su lei amorevole e materna, creando intorno a quella immagine improvvisa e mitologica una specie di aura divina. Il tutto assunse il sapore di qualcosa di sacro, di terribilmente sacro. Mi sovvennero le ninfe, i laghi che le accoglievano, la loro rinascita, la primavera dei loro balli, il verde della natura arresa e rigogliosa, lo scintillio di una polvere di magia. Interdetto al cospetto di un simile rito, attonito alla vista di quel suo volto bagnato, di quei capelli umidi che serpeggiavano un profilo disegnato nella pioggia, non seppi resistere e mi avvicinai a lei. Entrambi sotto la pioggia a muoverci senza una esatta direzione, solo con la sensazione di essere insieme, liberi finalmente, in un battesimo del cielo che lavava ogni nostra paura, lasciandola scorrere, fluida, dove la memoria non era capace di trovarla. Ogni mia forza, ogni mio buono proposito, ogni timore di nuocere, di distruggere, caddero d’un colpo in quel preciso momento. Cercai le sue labbra, lei trovò le mie, la baciai per la prima volta, mi baciò per la prima volta. Scoprii i valichi del paradiso, le profondità degli abissi, l’innocenza della notte, lo splendore delle stelle. Seppi cosa significava l’infinito, come era fatta la felicità, quale era il gusto della vita. Il tempo poteva finire in quell’istante, ora potevo morire, avevo vissuto e conosciuto tutta la vita possibile nel sapore delle sue labbra, soffici come velluto, preziose come diamanti, dolci in quel loro gusto di fresco. Poi il sentore di salsedine, di rugiada al primo mattino, capii che stava piangendo. In quel bacio era rinchiusa tutta la disperazione dell’impossibile unita al richiamo di una violenta passione. Consumavamo la nostra vendetta in una tragedia da tempo inscenata in ogni nostra fantasia. Avremmo continuato sino a svenire se non fosse stato per il richiamo di una donna che, incurante del nostro piccolo miracolo, aveva assistito a tutta la scena con una presupponibile espressione di sdegno.

“Siete matti o cosa?”.

“Siamo matti, siamo matti ed io sono pazzo di lei”.

“Sa signora, anche io sono pazza di questo ragazzo, pazza, pazzaaaaaaa!”. Urlò a squarciagola, poi rinsavita lasciò che a parlare fosse l’innato senso della vergogna e dell’educazione.

“Ci scusi”.

“Scusi signora”, replicai anche io, pur non sentendomi per nulla in colpa.

Le diedi un ultimo bacio, raggiungemmo la vespa dove eravamo al riparo dalla pioggia e dagli occhi indiscreti di quella ignara spettatrice. Le gambe ancora mi tremavano, quel brivido che avevo imparato a conoscere al solo sfiorarle una mano era divenuto muscolare dolore, ogni parte del mio corpo sembrava paralizzata. Catalessi di una idea quando un sogno diviene reale. Ero felice, lei era felice. Preferimmo non dirci nulla, continuammo a guardarci sin quando la pioggia non decise di smettere. Ci guardavamo, incantati, storditi, stupefatti, mano nella mano, una mano che ancora non permetteva al mio ventre di sciogliere ogni sua voluta. La riaccompagnai a casa con il terrore che quel giorno fosse per me l’unico giorno in cui sentirmi realmente felice. Avevo appena conosciuto la felicità e già presagivo la catastrofe della sua assenza, già ne ero dipendente, drogato, come assuefatto da lei. Poi ricordai il carpe diem, mi accontentai di quell’istante, per un solo momento la avevo vissuta, per sempre.

La felicità, solo la gioia di un attimo che si estende all’infinito. Avevo conosciuto il mio infinito.

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Categorie:Ananda-Romanzo
  1. Dafne
    aprile 11, 2010 alle 11:19 pm

    Ogni pagina di questo libro è davvero singolare.
    In ogni parola è rinchiusa un’anima, l’anima dello scrittore che sembra combaciare perfettamente con quella di noi lettori. Una storia d’amore, piena della meraviglia che accompagna le vere storie d’Amore. Ha il colore preciso della nostra epoca ma dal linguaggio ricercato che sembra rievocare le storie d’amore di un tempo. Qualcosa di fantastico,di sublime, un amore impossibile, quasi proibito ma allo stesso tempo così puro e limpido.

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