Home > Ananda-Romanzo > Altra lettera dal romanzo…”come ti vedo ora?”!

Altra lettera dal romanzo…”come ti vedo ora?”!

Ben ritrovate adorate parole!

Eccovi ancora lettere sospirate ambasciatrici di disumani concetti!

Ecco ancora me stesso, ecco ancora il casino del mondo, la crudeltà fantastica della vita; ecco ancora i vorticosi pensieri, le gioiose immagini, vite passate, sperdute emozioni, spariti entusiasmi, intricati balletti di anime prave.

Eccoti ancora adorata compagna dei miei silenzi.

Eccoti ancora, eppur diversa, eccoti, semplicemente.

Eccoti, come sempre, come oramai, come sarai, come sei.

Eccoti, per sempre eccoti, eccoti. Nebbie, fumi di nulla svaniti, melodie ansimanti di lontani presenti, emozioni di vita che di vita ne offrono il senso, giochi di luci incostanti, sguardi dispersi nel vago profondo di un cielo incantato. Eccoti ancora.

Eccoti!

Ed ecco ancora sadici pensieri che minacciano, stolti, la parvenza di un nulla che senza di te assumeva fattezze di vita. Mia vita.

Solo ancora.

La luce di un soffuso mattino volge agli affanni di una corsa insensata i suoi ultimi sospiri.

Moribondo, lentamente, il giorno spenge i suoi colori, riflessi di vita in una larva di ombre, tombe inconsapevoli delle umane certezze.

L’aria è tagliente.

Un insolito inverno si risveglia da un lungo riposo e pungente è la carezza di un leggero venticello che dolce disegna i contorni del mio rude incedere, gelido come sbadiglio irreale di questa stagione che ritrova sé stessa dopo le lusinghe di un tenebroso autunno; misterioso e caduco eppur padre di isole lontane, di un mare incantato, sabbia, soffusi ricordi, calore di vita, fuoco di te.

Un cinguettio di passeri amici adornano lo squallore di vibranti armonie con l’ingannevole suono di un dovuto concesso.

Solo uccelli del male che scherniscono con un subdolo canto la tragedia di un pensiero immortale, che nascendo dal desiderio di un rabbia si perde, ignobile ed adorato, nella calma del possibile “sarà”.

Il sole è lontano.

Una circonferenza di meste tonalità, ardente anello dell’essere indossato dalla mano di un Dio insensato che dolcemente sfiora i tasti del piano della mia vita generando le note del mio basso sconforto.

Lo vedo.

Maestoso si staglia su un lontano orizzonte, ormai funereo nascondiglio del suo piccolo gioco.

Si nasconde, piano, per non esser scovato dalla notturna signora, imperatrice soave degli umani desideri.

Le concede il suo spazio, le dona la vita. Ricorda qualcuno.

È fantastico.

Il cielo si tinge di rossastri tremolii, come se una divina volontà voglia premiare, con la calma di un dipinto paesaggio istantaneo, la beltà di un giorno vissuto nel racconto della fiaba di te.

Un sole lontano, una morte imminente che concede la vita, un tepore che culla la mente e tu.

Tu in quel tramonto, tu in quel sole lontano, in quella vita fugace che afferro con la disperazione di arroganti illusioni.

Tu il tutto di me stesso.

Tu ormai in ogni dove, in ogni perché, in ogni linea che traccia i profili di una esistenza sperata.

Tu, languida pittrice dei miei sogni, magica artista che plasmi con il sussulto del tuo essere e divenire lo spirito di un tormentato bambino che riscopre la vita ed i giochi di sempre.

Tu!

Per sempre!

Ed io! Concetti voraci di stolte emozioni, desideri affannati dietro la corsa di indistinte esaltazioni, io con me stesso e con il senso di un dovuto che affido alla immortalità di queste parole, nella speranza che rivelino stati, svelino anime vagabonde più di quanto il verbo di una voce abbia già fatto.

Chiudo gli occhi, per un istante.

Un sospiro! Un secondo!

Mi ritrovo!

Allontano il mondo delle finte realtà da ogni indistinta immagine.

Caparbio spalanco la porta del mio mondo.

Eccovi sogni, eccoti vita adorata, eccovi ombre di vitali illusioni. Eccoti!

Ritrovo te stessa in quel mondo.

Superba regina di effimeri fantasmi, demiurgo di ogni mia vita, mia speranza, mia principessa.

Ritrovo il mio mondo.

Che bello!

La pace cercata di una anima ignava domina, assoluta, sul tormento di un finto reale.

Ora posso!

Posso riprendere quei passati “ti vedo”, gli stessi “ti vedo”, eppur tanto diversi.

Ti dissi: “nuovi eventi nel grembo del tempo devono essere partoriti; a quegli eventi affido i miei come altro ti vedo”.

Ebbene, il tempo è al travaglio del suo atteso-

Quegli eventi riscoprono la luce. Sono giunti, maledetti, sono giunti, desiderati, sono giunti repentini, troppo in fretta, troppo ambiziosi, ma sono giunti, nati, agonizzanti.

Dunque come ti vedo? Cosa ormai sei?

Ancora a questa domanda la certezza di ciò che avverto cede il posto allo sconforto dell’incomunicabile questa volta, però, adornato da un senso di un non so che di vago. Ecco, è timore, pentimento, rimorso per lo spettacolo delle mie emozioni che farò esibire sul palcoscenico della tua vita e che dovrebbero restare, invece, nascoste nel retroscena delle mie speranze alla ricerca di un folle autore in grado di dirigerle e governarle.

Non dovrei, lo so!

Non devo!

Eppur non posso rinunciare.

Cosa, onde, sei?

Mi basta chiudere gli occhi, attendere un attimo, lasciare me stesso per riscoprire te stessa, una bimba sorridente in corsa nel giardino delle speranze.

Ancora ti vedo così! Una corona di fiori, il verde della esistenza, la melodia dei tuoi sogni, il regno dei tuoi desideri, il pianto delle tue incertezze, il coraggio del tuo orgoglio.

Corri! Non fermarti!

Vai bimba! Vai! Sorridi! Ancora! Per sempre! Spalanca le braccia, accarezza la soffice aria di un profumato eden del tutto e vai, solitaria, soddisfatta di una certezza vissuta, di una rabbia passata, di una spensieratezza cercata.

Ancora una bimba! Questa volta, però, la mia bimba.

Ecco come ancora ti vedo!

Tutto qui? No di certo!

Quanto atroce è far di conto con sé stessi.

Quanto spietato è confessare insperate emozioni, divenute imprescindibili logiche della mio misero strisciare.

Pensieri, dove andate?

Stolti pensieri cosa fate? Perché mi abbandonate?

Maledetti! Non correte tanto. Non posso seguirvi.

Scusami.

Questi sciocchi zingari stanno scappando dalla mia mente in diverse direzioni e parlarti di essi significa seguirne alcuni, ma inevitabilmente ne perderò altri. Perdonami.

Cosa sei?

Sei l’ambizione di ogni mio istante.

Il ticchettio, assordante, di un incantato metronomo, che oramai scandisce il ritmo del mio tentennare.

Sei in ogni mio sogno, sei i miei sogni, ogni mia speranza, ogni schermo di questa vita.

Si! Uno schermo che mostra il mondo, le sue bellezze, i suoi drammi.

I tuoi occhi ovunque ed in essi il riflesso della vita, della mia vita. Tramite essi me stesso ed i miei desideri.

Chi lo avrebbe detto?

Tutto per caso!

Tutto dal nulla!

Ed ora incessante bisogno.

Sorreggi, creatura divina, il divenire di ogni mio attimo, che ormai in te riscopre sé stesso.

Che a te non può rinunciare.

Difficile! Quanto difficile confessare sé stessi a sé stessi.

Ma devo.

Cosa mi hai fatto ammaliatrice di ogni mio senso?

Non vi è attimo dei miei silenzi che non ritrovi tempesta nella tua immagine.

Angelo satanico, hai rapito ogni intento, ogni pensiero, ogni voluttà.

Mai avevo desiderato tanto, mai avevo voluto tanto. Non credevo fosse possibile bramare qualcosa più di quanto si pretendano i propri sogni.

Mai avevo permesso ai miei sogni di essere governati.

Tu lo hai fatto!

Non so come, non so perché.

Hai reso l’inquietudine del mio vivere un incerto vago di tremolii, incostanti grovigli di intricate emozioni, che passano, voraci, dalla sublime arte della esaltazione al disperato pianto dello sconforto.

Sei ogni cosa.

Ogni fiore della mia terra.

Ogni creatura del mio mondo.

Ogni lacrima dei miei pianti.

Ogni nota di soavi sussurri abbandonati ai cuori di folli ascoltatori.

Nel trambusto del caos del viver comune, nel silenzio adorato, cercato, amato della più solitaria delle solitudini, in ogni dignità ed orgoglio ci sei sempre tu.

Sempre. Ora.

Sei nello scorrere di un ruscello nel quale si perde ogni mio “devo”.

Sei in ogni onda di un mare fratello, nel punto in cui esse sfidano la terra, avanzano arroganti, ruggiscono furibonde, ostentano e poi, pian piano, muoiono.

Sei in ogni angelo del mio paradiso, in ogni stella della mia sera, di ogni mia sera.

Sei in ogni goccia di una pioggia sperata che lava le macchie di una anima intricata, persa nel peccato della sua incertezza.

Sei il volo di uccelli distanti.

Lo sbatter d’ali dell’agonia vitale dei miei sogni ceduti.

Sei nel sorriso di ogni innocenza che incontro.

Nella carcassa di ogni bestia che vive.

Nella più sublime delle creature e nella più immonda delle esistenze.

Sei ogni istante del mio tempo.

Sei nel vento che mantiene le illusioni di una vita, elevandole lì, dove si perdono le umane certezze.

Sei l’estasi delle mie convinzioni, il nulla assoluto del tutto.

Sei un grazie urlato alla luna per una vita concessa.

La polvere della mia cenere.

Sei la vela di una barca solitaria in viaggio sulle acque dell’infinito alla ricerca di un porto per vivere in eterno.

Sei una voce perpetua che intona la melodia di me stesso.

Sei il petalo di un fiore stanco che accoglie l’abbraccio di una mattutina rugiada; soffio di vita perpetua nell’incostante bagliore di un dolce sussulto.

Sei il cocchiere di una magica biga che, trainata da un bianco cavallo, ostenta il mio “come” sui lidi di aeree esaltazioni.

Sei, ancora sei, quanto sei. Sei…per sempre sei e sarai.

Sei la realtà che non vivo, sublimata nella ragione degli stolti all’universo dei folli.

Sei l’eterno di una concessione.

Sei il piacere di un chiarimento dopo lo sgomento di una repentina discussione.

Sei la tenerezza che avverto quando provi rancore per frasi e gesti fraintesi; quando non riesci a capire che in tuo cospetto tutto il mondo che mi circonda diviene nulla e sola ti ergi alla vista delle mie attenzioni.

Sei più dell’aria che respiro; come essa doni la vita, come ad essa non posso più rinunciare.

Sei il multiplo di una perfezione elevata alla potenza dell’imprescindibile.

Sei la tarma della mia anima, la corrodi dall’interno, muore, ma ha vissuto.

Grazie!

Sei un treno ed un viaggio che vorrei mai terminasse, un paesaggio che scorre violento tra i finestrini di squallidi vagoni.

Sei le immagini fuggiasche di un mondo che muore e rinasce sulla tela meravigliosa dei tuoi occhi, sei un rumore costante, un binario deviato, una meta comune. Non credere sia finita!

Sei ancora ed ancora, ancora ed ancora ma a te scoprirlo.

Passiamo, ora, alle sensazioni, alle adorate emozioni che esaltano lo spirito nell’istante, tragico ed ambito, in cui lo calpestano.

Galeotto fu quello squallido ripostiglio.

Galeotto un ascensore.

Galeotto furono i discorsi, che con te potrei intraprendere per l’eternità senza che ne sia stanco o tediato.

Galeotta fu una mano, solo una mano ed una carezza che mai potrò perdere.

Galeotto?

Vi son forse colpe?

Chissà!

Sta di fatto che è bastata una mano, un delicato contatto per farmi vivere l’eterno.

Un bacio per far esplodere l’infinito di una passione.

Hai concesso, con un gesto soave, che il nulla delle mie convinzioni si perdesse nel rumore di una anima tremante.

Tutta una vita ed i sensi che la giustificano si sono palesati in quell’istante.

Tutta una vita, tutti i miei desideri.

Se il paradiso fosse la scelta di una emozione da vivere nell’infinito, io sceglierei quello istante come mio infinito.

Sceglierei la brama di sentirti, il piacere dell’ottenerlo.

Non capisco cosa sia, e questo mi lascia sgomento e mi infastidisce.

Sta di fatto che accetterei una eternità solo nel tuo avvertirti, averti accanto, in una carezza, in uno sguardo, in un abbraccio.

Come rinunciarci?

Eppur ti ho chiesto di farlo, eppur mi hai chiesto di farlo.

Come ritornare alla misera terra quando hai sfiorato i confini dell’infinito universo?

Non puoi.

Come placare ardenti istinti, furibondi bisogni che non meritano la terra della tua tomba? Non so! Eppur mi chiedi di farlo, eppur chiedo a me stesso di fare.

Tu come puoi?

Io ho fatto!

E forse farò! Farò in nome di quello stano rimorso del poi, che ti fa credere di aver violato chissà quali regole non scritte, di aver tradito chissà quale fiducia concessa

Ma so che non posso più fare.

Onde non tua la colpa, ma mia, mie le responsabilità di dirti, anche se bene ne conosco i risvolti, le difficoltà.

Conosco quei rimorsi che soffocano l’anima, quelli che attanagliano la tua “successiva” calma, per aver fatto ciò che non si deve, per aver osato su altrui confini, per aver solo osato, ma se difficile è per te, impossibile diviene per me solo immaginarlo.

Disperazione è il pensare che “altro” farà, sfiorerà, bacerà, vorrà, pretenderà; disperazione, morte, sangue, vita! Ma non pretendo nulla, voglio solo viverti.

Ti osserverei per ore, a volte lo faccio, perdendomi nei tuoi pensieri, nelle tue espressioni, nei tuoi timidi sorrisi, ridenti occhi.

Darei la mia vita pur di non perdermi istanti della tua.

Avverto il bisogno, costante e premuroso, di starti accanto e tragico è il non poterlo fare.

Conto ogni secondo del tempo che ti tiene lontana, fisso il nulla per ritrovare il nulla, ma rivedo sempre te stessa in ogni mio attimo.

Affido insensate emozioni a sconsiderati gesti, che potevo solo supporre ma che in nome di un incerto che sei, di un vago che dai e di una certezza che avverto, eseguo senza ragione, senza parvenza di logica, solo perché sento, provo, voglio.

Ed ecco fiori rubati a chissà quali santi o spaventate donnine, urla gettate alla penombra di una tenebrosa campagna, notti insonni nella fissità del tuo essere, parole comunicate al niente di me stesso nel nulla del niente, frasi scritte su stanchi fogli. Quanti fogli e quante frasi.

Come un bimbo timoroso e pudico ho composto mille volte il tuo numero, mille molte non ho avuto il coraggio.

Una telefonata, una voce lontana, eppur la tua voce che vorrei risuonasse come meraviglia insperata nel buio della mia coscienza.

Non vorrei svanisse. Ti saluto, un ciao, ripetuto, ancora un ciao, pur di prolungare il piacere del tuo sentirti presente, ancora, ora, allora, sentirti.

Che rabbia.

Che rabbia il sapere di avvertire senza conoscere cosa si avverte.

Disperazione per aver invaso la tua vita con i miei dubbi, per aver calpestato, incurante, le certezze credute eterne, i futuri creduti da vivere, le speranze sentite immortali.

Ho orrore di me stesso, di un misero omicida di intenti, di uno squallido ladro di vite che si pente del bottino rubato.

Perdonami!

Non volevo!

Non voglio!

Ho cercato di non volere, di rinunciare, ma non ho potuto.

Poche ore senza di te e la mia sera era solo un buio di stelle nascoste dalle ombre di strazianti sconforti. Come un mendico cieco ansimavo tra i ruderi di ciò che rimaneva del mio mondo alla ricerca di una penosa carità, alla ricerca di un senso, di una vita creduta, mai posseduta, ora bramata. Lunghe penombre, silenzi assordanti, pugnalate strazianti, dolori infernali, animali voraci della mia carne, tutto, in quel mondo senza istanti che ti lasciava desiderare di non essere mai stato, di non essere e basta.

Nulla è in confronto la morte.

Dovevo riavere il mio strano universo, distante, solitario, ma pur mio e pur vita.

Dunque ritorno agli adorati dubbi pur di vivere ancora.

Perché è la vita quella che concedi nello sconforto di indefiniti “non so ché”!

Ed alla vita non posso rinunciare.

Non posso rinunciare a te.

Lacerante è, tuttavia, la tua condizione, il dover straziare una vita vissuta in nome di una vacuità da vivere.

Ancora perdona.

Ed ancora, pur di non farti soffrire, pur di non rilegarti in questo incerto limbo di emozioni, il desiderio di lasciarti andare, di riconcederti la tua vita, i tuoi sentieri tracciati sulla speranza del domani.

Ancora forte il desiderio, è vero, ma ancora straziante il pensiero della tua assenza.

Sono un codardo.

Che schifo!

Un vigliacco che non riesce a fornirti aiuto, che non riesce a concederti certezze per dissolvere i dubbi.

Forse è solo che quelle certezze si nutrono di quei maledetti dubbi.

In essi vivono e senza di essi periscono.

È difficile, lo so.

Ti offro sensazioni che minano piani creduti tali, ti offro emozioni, anime agitate, passioni incontrollate, senza certezza, senza un domani, senza un futuro.

Ma ti dono me stesso, ed il coraggio di non mentirti ancora. Non so quanto possa bastare, ma so che per me è ogni cosa.

Questo non mi impedisce di temere di perderti, perché so che ti perderò!

È tardi.

Sono ore che scrivo e non so quanto ti sarà dato!

Il giorno è ormai deceduto ed una nuova sera riapre i suoi occhi.

Il chinarsi di un solitario albero alla carezza violenta di un vento ostinato richiama i pensieri sulla concretezza di queste parole, lasciando le confortevoli speranze ad i sogni di altrui momenti.

Cosa dicevo?

Ecco!

Non ti offro certezze!

Non ti offro quei “paletti”, tanto da te amati, ai quali attraccare gli ormeggi delle tue speranze al molo effimero di un “presente” futuro.

Non lo faccio.

Mi dici che sono strano.

Forse lo sono.

Ma bada.

Quei “paletti” che cerchi sono solo falsi inganni di atroci realtà. Inconsistenti nel loro imporsi, desolanti nel loro crepare.

Posso offrirti, invece, desideri, ancora essi. Desideri e speranze che più di quei “paletti” ti offrono lo spirito di una emozione, la caparbietà di un volere, l’esaltazione di un lontano e presente sogno, la consapevolezza di una considerazione che ti rende immortale.

Non credere che un desiderio sia solo una languida favilla pronta a morire alle prime ombre di una incertezza; non credere sia un etereo evanescente di nulla che più che offrire considerazioni permetta vibrazioni insincere e rapidi bagliori.

I desideri sono il riflesso di una caparbia volontà di essere, sentirti, averti in ogni forma ed immagine.

Sono l’arroganza suprema di una pretesa sincera, sono sacerdoti di quelle certezze che cerchi, non perché esse ne siano un dogma inviolabile ma quanto solo una vittima sacrificale e sacrificabile all’altare delle più alte sensazioni.

Desideri! Sono il futuro della tua immagine, un costante pensiero di una vita comune, spesa con te nella futilità dovuta delle più infime cose e nella esaltazione rabbiosa della più sublime delle emozioni. Sono te stessa in ogni dove, quando e come…sono te per sempre…sono più delle certezze poiché più di esse durano e concedono l’eterno.

Ma sembra non basti..

Cerchi pur sempre certezze, ed io cosa posso fare?

Forse lottare per avere.

È strano che non lo faccia! È vero!

Ma il mio ritornare dopo un ostinato e sofferto abbandono, il groviglio inutile di queste parole, l’offerta delle mie sensazioni all’asta crudele dei tuoi giudizi, il mio pianto, te stessa nei miei sogni, i miei desideri in te, in quello che sei e sarai, non sono forse ardire di lotta?

E della tua di lotta?

Di certo non è pretesa, come già sai.

Non voglio pretendere, almeno per ora.

Non voglio farlo perché non voglio invadere ulteriormente la tua vita e con essa le tue scelte.

Vivi e decidi per quello che senti, per i sogni che hai, per i futuri che immagini e speri e non per le certezze che credi di possedere.

È difficile! Quanto è difficile!

Ma non sarai sola.

Mai.

Ed io, bada, non sono in attesa, come credi. Non mi tieni in equilibrio sulla fragile corda delle tue decisioni. Sono io che voglio.

Non riesco a pretendere perché non sei una pretesa ma una insana volontà.

Non spietata è la lotta perché ancora alberga la speranza.

È quando essa verrà persa che i desideri cercheranno di vivere con forza, e nella consapevolezza di non poter più essere ingannati dalle illusioni del “potrebbe essere” cercheranno di essere con brutalità e disperatamente.

O forse, nascosti dietro il filo spinato di arroganti orgogli, lasceranno che la vita uccida sé stessa, convincendosi che non valga la pena penare per una lotta già persa.

Andrai via, così, con la tua vita, quella di sempre, con le piccole certezze rese sincere da un inutile dubbio.

Rimarrò un dubbio, è questo che sono, questo mi si addice.

Dubbio, semplice, vago, indistinto, incerto come me.

Come sono! Un nulla di incertezze e di indefiniti.

Ecco cosa sono.

Sceglierai, lo so. Avrai il coraggio di farlo perché, in fondo, non vi sarà scelta.

È la tua vita che scegli, quella stessa vita di ieri, la più semplice, la più scontata, la dritta via che avevi intrapreso, ormai definita e data nelle sue sicurezze.

Che senso avrebbe un distorto sentiero?

Nessuno! O forse è quella la vita?

Temo.

So.

Eppur temo.

Che misero!

Mi spaventa la vita che posso concedere, la dignità che posso conferire, le delusioni che posso generare. Tremo per i contorni della tua vita che devo sfidare, per i giudizi che dovrò conquistare, per le indulgenze che mi verranno concesse nell’idea del “vediamo come andrà”; per l’inquisizione di una offesa che ha recato torto e disavanzo ad idee già fissate, progetti già conclamati, futuri già decisi dal altri per te.

Temo per una “normalità” diversa dalla tua “normalità” e non per questo migliore o peggiore, solo diversa, solo incostante, solo “anormale”.

Temo!

Sciocco che sono!

La sera! Il silenzio impera sulle coscienze di una vita desolata, assopita tra sussulti di sogni fuggiaschi.

Nulla più nell’aria. Anche il vento mi abbandona. Stolto vento…unico compagno di questa disperazione adorata…anche tu ti abbandoni ai sonni dei comuni “io credo”.

Con me e come me solo una civetta.

Ben ritrovata nottola dagli antichi sapori. Ora capisco il tuo incedere notturno.

Vi è da apprendere più nell’istante in cui la vita sia abbandona a sé stessa che credere di aver compreso quando essa si dimena nella sua straziante agonia.

La sera, l’epilogo del tutto, il prologo del niente, ma giunge quando il tutto è compiuto.

Giunge e valuta.

Sera, indistinta, come me, ora.

Indefinito nel comunicare, assoluto nel credere e sentire.

Se Amore fosse solo la proiezione di cotante emozioni che lacerano una anima creduta assente, che meraviglia Amore.

Amore. Se ne parla tanto, ma non è nulla. Non è parola, non è verbo, non è comunicazione, è solo un sentire e provare, è solo una estasi fantastica che minaccia la calma del mondo con il tremore della sua forza.

È solo estasi.

È Ananda!

Ananda bimba!

Nel terrore di una vita che possa perdere ancora, quella parola è l’unico conforto che possa offrirti, che possa offrire a me stesso.

Meglio interrompere qui questi contorti pensieri.

Meglio non proseguire, potrei non smetter più.

Quante cose ancora ho da dirti, quante ancora da sentire, quanti timori ancora da esprimere, quante vite ancora di vivere.

Quante volte ho da dire Ananda…

Quante preghiere ancora da recitare, quanti indistinti ancora da disciplinare.

Quanta “te” da sentire e gioire.

Ho paura di non potere.

A presto compagna di me stesso.

A presto me stesso.

Notte incanto di un vita illusa, gioco di sensi dispersi, polveri amare di corrose certezze.

Notte mondo ormai senza vita, della vita già stanco.

Notte cielo velato e stelle intuite.

Notte civetta mia unica confidente.

Notte alle notti che erano, a quelle che sono, a quelle che verranno.

Notte alla fiaba che il buio sussurra alla storia inviolabile dei tuoi racconti.

Notte ad un assoluto mutevole che si infittisce di eterno in ogni istante trascorso nella attesa immortale ed imperitura di una immagine che evochi. È strano! Ogni giorno un sublime da vivere, ogni giorno un ricordo da ambire che di quel sublime evoca la miseria se confrontato a quello già nato del poi. In altre parole, quando ho creduto di aver raggiunto la vetta ho scoperto nuove cime da scalare, nuove gioie da contemplare, nuovi silenzi da amare, nuova te da adorare.

Notte ai miei sogni, notte speranze, notte ai tuoi occhi che lentamente si chiudono, concedendoti il sublime, ora, dei tuoi sogni. Una aura di divino ti circonda.

Resto solo a guardarti. Mai vorrei perdere questa vista.

Da ogni sospiro che emani vive lo stormo di quei desideri che dici di non avere. Una carezza, il tuo corpo che mi cerca nel sonno, la mia mano crudele su una ninfa inviolabile, i miei occhi sacrileghi su una fata abbandonata a sé stessa. Dormi, dolce, sola…protetta! Eterno, ti invoco! Arriva ora, repentino e fugace, e concedimi per sempre questa bimba assopita. Non posso perdere questo miracolo che scioglie ogni languore di una anima mai tanto felice.

Non perderò.

Eterno, giungi.

Notte addio di parvenze, notte di addii, saluti disperati, vite da vivere, vissute, svanite, ritrovate.

Notte piccola, principessa, semplicemente notte bimba.

Ananda!

P.S.

Nota quanto incostanti e confusi siano i concetti! Solo espressione di uno stato dell’anima che muore nel baratro del più atroce sconforto e risorge nel tutto del più alto infinito.

Cosa mi hai reso? Un sincope di me stesso alla ricerca di uno spirito perso.

Ti concedo solo una parte di quanto scritto. Ho estrapolato ed incollato, non badare alla assenza di un filo logico e conduttore. In fondo sono cose che già sai, già dette, ora rese meno volubili. Sono le mie paure.

Grazie di tutto e per tutto, e perdona”

Annunci
Categorie:Ananda-Romanzo
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: