Racconti in polvere(…di Dover)

Racconti di Gianluca Montebuglio

Come borse in attesa

La vita di una borsa non è semplice: prima di tutto, provaci tu ad accontentare una donna: dopo tutto invece, ti rimpiazzano facilmente e vai a farti fottere nel buio di un armadio. Sono nata in Italia, da scarti di lino e liuta, da mani piccole e grasse, e volenterose. Chi mi ha fatto pensava a me come qualcosa di proprio, in eterno; poi ha dovuto cedere ai bisogni di ogni vizio che si rispetti. Amen: venduta per quattro soldi ad una di quelle donnine che a furia di unghiate è diventata ultra-titolata e felicemente impermeabile al fuoco. Santo amianto. Con lei una storia di 3 mesi: niente di più. Il tempo che si accorgesse di essere meno radical chic di quello che credeva. Il tempo che si scoprisse non così atea. Comunistelle del cazzo…sempre a dire più di quel che pensano, a pensare più di quel che possono. Poi il silenzio custodito da quattro ante; ho conosciuto l’attesa, l’arresa, mutandine sexy e pantaloni di velluto. In fondo m’è piaicuto…

Roberto Mano…un coglione d’uomo

Sopra una montagna di faccende inutili da sbrigare senza avere tempo neanche per cavarsi capelli inutili ed innocui, senza la possibilità di godere del proprio letto monodose… lì… oltre uno sfondo di cartapesta rassegnata al proprio destino fatto di umidità e compattezza, a destra del signore che alita aglio e birra sul tram che trotta verso Malastrana, sopravvive Roberto Mano, artista caduto nel fallo della poesia spicciola malgrado il suo sforzo di detestarla; Roberto Mano, il venditore di schiamazzi linguistici, lo scrittore degli sprovveduti, il seguace delle notti assonnate ed inzozzite di film pessimi e malate di iperglicemia da rainews 24 che sputa fuori dal digitale la sua nazione. Il signor Mano, l’insofferenza fatta bambino, un bambino sfatto come un uomo, come un tappeto volante ridotto a rottame, costretto alla cantina; Roberto Mano, l’eroe mancato, cliente del ristorante afgano in centro, vittima prescelta della propria saccenza, della sua chitarra cinese, della lingua che arranca, della fica, della propria calma…

Straccio di carne e tempo perso

Dov’era Dover quando il mare alzò la voce, e le mani… e noi lì a scrutarlo dall’alto della nostra scogliera, dal basso dei nostri grassi ventri tesi? Me lo disse Ernst, un nome fatto di consonanti.
“Dover è a scoparsi Maryrose” urlava sottovoce quel gran figlio di nessuno, “ è entrato in fissa, dice a tutti ormai che non vuole più viaggiare, né commuoversi per colpa di un’onda: sostiene di avere del gran sesso da recuperare e che Maryrose è adatta per tutto questo”. Intanto noi, assediati da quello spettacolo che ancora oggi si chiama mare contro-il resto-che-ha-davanti, perduti i passi gravi dei giorni peggiori, risparmiate le voci per le mattine che sarebbero inellutabilmente successe, continuammo a scrutare…a sentirci nelle grazie di qualche dio e nelle mani della terra. E dell’acqua.

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