Passi di Novembre

Ero seduta sulla valigia, pronta per lasciarmi alle spalle l’odore di bruciato e di muffa che mi aveva perseguitato come un silenzioso demone. Osservavo i muri di quella vecchia camera, consunta e sporca, e tutt’a un tratto mi parve una reggia. Sentivo il bisogno viscerale e un po’ animale di fuggire, di partire e ricongiungermi con la parte di me che avevo perduto, e nonostante tutta l’euforia per l’imminente partenza, mi sentivo vuota, sola. Quei muri mi appartenevano, i cigolii del letto erano i cigolii del mio cuore, la finestra che dava sulla stazione pareva affacciarsi a un prato verde e immenso. Cos’era quello strano magone, quel dolore quieto che mi attanagliava la pancia? Un raggio di luce flebile illuminava la scrivania scrostata, c’era un ombrello rosso nascosto tra le ante dell’armadio. Una macchia di colore. Mi alzai e mi diressi alla finestra. Prima odiavo osservare i treni che passavano, adesso i viaggiatori stanchi e annoiati parevano l’espressione del mio animo. Non dovevo partire, ma lo volevo. E non potevo. Negli ultimi giorni mi ero rinchiusa in me stessa. Passeggiavo tra quei giardinetti abbandonati, pieni di preservativi usati e siringhe, e mi sentivo libera. Il fiume continuava il suo percorso, e io dovevo continuare il mio. Non volevo salutare nessuno, non c’era tempo per le lacrime. Le avevo sprecate tutte. Mi ero comprata un vestito nuovo, sottile e colorato, ma continuavo a sentirmi grigia, incolore. La città sembrava un vecchio film in bianco e nero, le urla dei ragazzi erano emissioni di voce, silenzio, paura. Non ero mai riuscita a vedere la bellezza, la felicità nelle persone, neanche la mia. Poi avevo deciso. Era stato un piccolo esserino di colore a convincermi. Vagabondavo mestamente verso chissà quale posto, in quella fredda giornata di Novembre. Ad un tratto mi era venuta voglia di piangere. Tutto ciò che avevo era andato perduto, polverizzato. E poi c’erano le cose che avevo lasciato andare, per paura o per orgoglio. Volevo riprendermele, fluttuare nell’aria insieme a loro, insieme a Lui. Ero ubriaca, mi ero scolata una bottiglia di vodka in un pub come la peggiore barbona, facevo di tutto per fuggire da me. Ad un tratto, da una stradina seminascosta, era uscito quel piccolo. Aveva una maglia di cotone e i sandali, sebbene facesse molto freddo, e giocava spensierato con un vecchio pallone. Mi fece una tenerezza infinita. Mi avvicinai, volevo abbracciarlo, ma il bambino, forse impaurito, era già scappato. Mentre lo guardavo correre e urlare al cielo, mi convinsi che non potevo più gattonare così. Dovevo imparare a camminare.

Francesca Cimò.

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